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Così vivono in tre in un furgone. «Freddo e paura»

Così vivono in tre in un furgone. «Freddo e paura»

Sono una cinquantina le famiglie di ambulanti ecuadoriani in Ticino. Ne abbiamo intervistata una. L’associazione: «Istituzioni indifferenti»

SANT’ANTONINO – Uno sopra, su un materasso trovato chissà dove e fissato alla bell’e meglio. Due sotto, in un giaciglio coperto da una tendina. Ci sta tutta in due metri quadri la famiglia di Raul*: 35 anni, originario dell’Ecuador, vive con i genitori 60enni in un furgone fuori dalla Migros di Sant’Antonino. Il posteggio è luogo di ritrovo abituale per gli ambulanti del Sopraceneri: qui il mese scorso un’altra “casa a quattro ruote” era stata distrutta da vandali che restano ignoti. L’associazione Amici dell’Ecuador aveva lanciato l’allarme: «Episodi simili non sono una novità purtroppo, ma avvengono nel silenzio delle istituzioni e delle stesse vittime, che non denunciano per paura».

«Freddo e paura» – Ora però la famiglia di Raul ha deciso di venire allo scoperto. E di mostrare a tio.ch-20minuti le condizioni precarie in cui vive. «La notte dormiamo con le giacche addosso per proteggerci, il freddo è forte» spiega la madre del 35enne. «Viviamo nella paura di vandalismi o di controlli». Sul retro della vettura c’è di tutto: dispensa, ripostiglio, le mille cose che possiede anche chi non possiede nulla. Cibi in scatola e strumenti musicali, gli attrezzi del mestiere con cui la famiglia sopravvive. «Con la musica di strada non si guadagna molto. Dieci, quindici franchi al giorno. A volte niente. Le nuove generazioni sono meno generose, una volta era diverso».

Questione di permesso – Sì perché la famiglia di Raul vive in Ticino, così, da ben 15 anni. Mica da ieri. «Riceviamo permessi di tre mesi all’anno e ogni volta torniamo – spiega Raul – Se il Cantone ci concedesse un periodo più lungo potremmo sistemarci in modo decente, trovare un appartamento e magari un lavoro. Ci piacerebbe! Ma così… è impossibile».

Fantasmi sanitari – Con le temperature sempre più rigide, la famiglia sta cercando sistemazione in un campeggio nella zona. «Abbiamo chiesto in giro, al momento non c’è posto ma speriamo di poterci trasferire a breve» racconta Raul. Il freddo però non è l’unico problema: «I miei genitori sono anziani. Se dovessero avere problemi di salute, cosa farò? Non abbiamo cassa malati». L’unica soluzione è essere sani, o andare a curarsi all’estero: in Spagna, dove Raul e i suoi genitori dopo anni di lavoro stagionale (tornando ogni anno in Ticino) hanno ottenuto la cittadinanza. «I miei stanno ormai pensando di tornare in Ecuador. Non ce la fanno più. Io invece vorrei costruirmi un futuro qui, ma non è facile» continua il 35enne.

Un esercito di fantasmi – Nelle stesse condizioni si trovano un centinaio di ecuadoriani alle nostre latitudini, riuniti dall’associazione Amici dell’Ecuador in Ticino. «Il problema è che le istituzioni hanno avuto sinora un atteggiamento indifferente» spiega la portavoce Marilyn Amato. «Per le autorità queste persone sono degli invisibili. Il risultato sono situazioni di estremo disagio sociale. Condizioni di vita che nella Svizzera di oggi non dovrebbero essere pensabili».

La proposta – «Serve un permesso speciale, almeno della durata di un anno, per consentire a queste persone di crearsi una sistemazione dignitosa» continua Amato. «Abbiamo chiesto più volte alle istituzioni di affrontare il problema. La soluzione: riconoscere il loro lavoro. E creare un permesso ad hoc. Tre mesi sono una presa in giro. Queste persone vivono e lavorano qui, tra noi, da una vita. Alcuni sono cresciuti qui. Fino a quando faremo finta di niente?».